Diverse sono le teorie e le
interpretazioni sulle origini di Botrugno.Varie sono le notizie
rinvenute sia sul significato del nome del paese e sia sulle sue
origini. Il termine Botrugno deriva molto probabilmente dal greco
“Botrumai” che vuol dire “Produrre Uva”.
In effetti la zona intorno al paese era ricca di vigneti. Fondato
dai greci inizia a prendere vita dopo la distruzione di Muro Leccese
ad opera di Guglielmo il Malo nel XII secolo. Nel 1193 fu dato
in feudo dal normanno Tancredi a Lancellotto Capace.
In seguito, Botrugno passò
ai Maramonti e poi ai Castriota-Scanderberg ed infine ai Guarini.
Furono i Castriota che vi apportarono lustro grazie al prestigio
della casata e ricchezza mediante scambi commerciali. Nel 1817
l’ultimo dei Castriota dona il feudo ai Guarini che lo tennero
fino al 1937 data della morte dell’ultimo marchese di Botrugno
Ignazio Guarini. Sposato con Teresa Lubelli, prima della sua morte
lasciò un testamento in cui destinò alcuni fondi
alla parrocchia di Botrugno e alla Chiesa di Sant'Antonio e una
parte più consistente per l'istituzione di un asilo per
bambini poveri. Volle, infine destinare la parte più cospicua
della sua eredità, compreso il palazzo marchesale, per
l'istituzione di un Ospizio di mendicità.
Simbolo principale di Botrugno è il “Palazzo Marchesale”,
piccola fortezza al tempo dei Maramonte ma trasformato in una
vera e propria residenza dai Castriota che ne risiedono fino al
1817. La storia di Botrugno segue del resto la storia del territorio
salentino che vede spesso e volentieri attacchi da parte di saraceni,
algerini, ma soprattutto turchi. Così ogni piccolo paese
cerca in qualche modo di difendere il proprio territorio con la
costruzione di piccole e grandi fortezze. Ed è così
che anche Botrugno ha la sua fortezza trasformata poi dai Castrista
nel 1500 in Palazzo residenziale. L’edificio, all’origine
barocco, ha subito un rimaneggiamento nel Settecento ed un ulteriore
intervento nel 1926.
Esso è a pianta rettangolare
e conserva inalterati elementi architettonici dell'antica struttura
cinquecentesca. Il Palazzo di Botrugno è conosciuto soprattutto
per la sua ampiezza, numerosi sono i vani sia nel piano inferiore
che in quello superiore, con soffitti interamente affrescati conservati
e restaurati negli anni. Altri elementi principali di questo splendido
palazzo sono le cantine, i depositi, una stalla atta ad ospitare
dodici cavalcature e l’ampio giardino retrostante al palazzo
di cui oggi possiamo visitarne solo parte di quello originale
a causa delle opere urbanistiche che sono state effettuate negli
anni.
La pietra leccese è l’elemento dominante sia nella
struttura portante dell’opera sia nella decorazione esterna,
un tipo di pietra che da al nostro Barocco uno stile unico, che
lo differenzia da quello che si sviluppa nel resto d’Italia.
Una pietra locale morbida, facile da lavorare che esposta alla
luce del sole e con un procedimento di lavorazione particolare
tende poi a diventare dura e resistente nel tempo.
Gli artisti barocchi avendo
a disposizione questo tipo di materiale più facile da lavorare
rispetto al marmo e al carparo, riuscivano a mettere in pratica
le loro fantastiche idee in una maniera molto più semplice
. Nelle vicinanze sorge la Chiesa della Madonna di Costantinopoli
(attualmente conosciuta come Chiesa di S. Antonio), anch’essa
in stile barocco, la quale ospita un dipinto tardo-bizantino raffigurante
la Madonna col Bambino, una tomba d’epoca tardo-rinascimentale
ed alcuni altari barocchi di pregevole fattura.
Per quanto riguarda lo Stemma Civico di Botrugno vi sono diverse
teorie non ancora perfettamente accertate. Riconosciuto ufficialmente
nel 1990 in esso viene rappresentato un granchio, che forse sta
a significare la testardaggine degli abitanti di Botrugno, poi
un tralcio di vite, a riprova della tesi sui vigneti presenti
nella zona, ed in fine una stella cometa che rappresenterebbe,
forse, la retta via che bisogna sempre perseguire nella vita.
CURIOSITA’
E TRADIZIONI:
Una forte tradizione ancora oggi viva può considerarsi
una vera e propria forma artistica oltre che un mestiere antico
espressione della mentalità contadina pronta a utilizzare
tutto ciò che la natura poteva offrire: la Costruzione
di Cesti e Panieri, intrecciando canne e vinchi. Nel Salento,
le canne (piante dal fusto diritto e vuoto che appartengono alla
famiglia delle graminacee) crescevano in terreni paludosi o lungo
i canali che convogliavano l'acqua piovana. Dopo essere state
essiccate al sole e levigate, venivano tagliate in listelli lunghi
e sottili. I vinchi erano quelli dell’ulivo, flessibili
e robusti.Spesso si tende a confondere questo tipo di lavorazione
con quella dei giunchi, che, in alcuni paesi del Salento, era
affidata quasi esclusivamente alle donne. Non si è mai
vista, invece, una donna impegnata in questo tipo di lavoro che
richiede forza ed abilità, un lavoro affidato alla forza
delle mani, che devono tendere e stringere con energia i vinchi
sino a farne un corpo unico.
Le gambe hanno un ruolo
passivo, ma ugualmente necessario; servono per trattenere e tener
fermo il manufatto man mano che cresce, mentre l'occhio segue
che le intrecciature avvengano con regolarità e simmetria
e che le canne si sovrappongano senza sbavature. C'è un
solo arnese che viene usato in questo mestiere, la "runceddha"
o roncola, utile per levigare e tagliare. Tutto il resto è
opera manuale e tale è rimasta sino ad oggi.